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Il termine KARMA deriva dalla radice sanscrita “kr”, “fare, agire”; traduce generalmente l’idea di qualcosa che è svolto, un’azione, un lavoro, un dovere. Nei Veda, si riferisce più specificatamente all’azione rituale.
I primi riferimenti alla legge del karman, intesa come legge di causa ed effetto, come azione che vincola gli individui al ciclo del samsara, si hanno nelle Upanishad.
Tre sono le sorgenti del karman: adhyatmika, che sorge dalle impressioni

interne; adibhautika, legata agli elementi e alle circostanze ambientali ed esteriori e adidaivika, legate all’influenza di forze divine e astronomiche.
In un’altra accezione il karman definisce le azioni che si devono evitare, nishiddha-karman, e quelle che, invece, devono essere compiute, vihita-karman. Queste ultime si distinguono in: azioni mosse da particolari motivazioni, kamya-karman; i doveri quotidiani, nitya-karma; i doveri occasionali, naimittika-karman.

Tutt’altro che fatalismo, il karman è un’assunzione di responsabilità.
Il destino dell’essere umano è nelle sue mani; egli è il risultato delle azioni passate e artefice di quelle future.

Il karman si suddivide inoltre in: sancita, accumulato in varie esistenze; prarabda, che ha iniziato a dare i suoi frutti nell’esistenza attuale; agami, che sarà conseguenza delle azioni presenti; sabija, il più pericoloso di tutti perché improvviso e spesse volte distruttivo.

 

Ogni emozione o azione crea un'impressione, samskara. Queste sono paragonabili a semi che si depositano nel granaio della mente inconscia, citta. Il desiderio, latente nel seme, corrisponde alla potenza germinativa. Più si ripete l’azione desiderata più il semeimpressione si rafforza. Come la terra, il sole e l’acqua favoriscono la rapida crescita del seme in pianta, allo stesso modo, reiterare un’azione equivale ad alimentare le proprie tendenze caratteriali determinando il proprio futuro. Ciò spiega anche il perché non tutti i semi germogliano contemporaneamente, ma solo quelli più forti. Gli altri restano nel "granaio" in attesa delle giuste condizioni (emozioni, stimoli, memorie) per poter emergere. Lo scopo ultimo dell’esistenza è “bruciare” questo granaio e liberarsi dalla schiavitù dei desideri.

 
 

I desideri sono i legami che condizionano l’esistenza e il ciclo delle rinascite. Questo impulso a godere dei frutti delle azioni non si esaurisce nell’arco di una sola vita, ma si perpetua in un ciclo ininterrotto di nascita, punar-jamna, e morte, punar-mrtyu: il samsara. La nascita e la morte non sono altro che momenti di mutamento nell'eterno flusso della vita.

Il solo scopo del samsara è quello di offrire all’individuo la possibilità di perfezionare se stesso, attraverso l’adesione al dharma, l’azione consapevole che non produce più karman, fino a realizzare la propria natura divina e a liberarsi dalla schiavitù del proprio ego. Dissolvendo il velo della separazione e dell'ignoranza, si realizza lo scopo unico della vita, la realizzazione del Sé immortale.