Monachesimo indù

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In origine gli asceti rappresentavano i più alti valori etici e spirituali della società indiana; ancor oggi essi godono di grande deferenza e venerazione e sono accettati dalla comunità come autorità spirituali.

Sebbene il monachesimo indù sia stato codificato dopo il buddhismo, il fenomeno della ricerca di Dio attraverso il ritiro dal mondo e la pratica di ascesi trova le sue radici profonde nelle Scritture sin dalla notte dei tempi. In esse abbondano i termini e miti che definiscono vari tipi di asceti. Tra questi: muni (il saggio silente), yati (l’autocontrollato), sadhu (il saggio, colui che raggiunge direttamente la meta), tyagi (il rinunciatario errante), avadhuta (il nudo ricercatore spirituale), yoghi (il ricercatore dell’unità) e svami (il maestro della via spirituale). Questi termini vengono spesso usati in senso lato, senza essere messi in relazione con una corrente determinata.

Il titolo di svami: esso indica coloro che hanno ricevuto l’ordinazione religiosa all’interno di un ordine religioso monastico. Il termine svami viene usato con varie accezioni: signore, autorità, padrone, ma la più diffusa ed importante è indubbiamente in senso religioso. Infatti, questo appellativo viene attribuito con deferenza ai monaci appartenenti ai vari ordini evidenziando il suo significato metafisico che indica signoria, dominio sulla propria natura. Quindi svami è colui che ha dominio sul proprio corpo, mente spirito.

Nel Veda stesso troviamo il prototipo del monaco nella figura del rishi. In parecchi inni del Rig-veda si trova già espresso il concetto di tapas , “fuoco”, “ascesi o austerità, ciò che caratterizza un saggio, rishi.

I rishi praticavano le loro austerità religiose generalmente nei loro eremitaggi o nei loro ashram; alcuni di loro potevano essere capifamiglia, mentre altri praticavano la castità, il sacrificio, l’ascetismo e la rinuncia.

Accanto ai rishi vi era un’altra categoria di asceti chiamati muni . Essi vivevano in continua contemplazione. I muni si vestivano di stoffa color ocra, praticavano austerità, meditavano, conducevano una vita virtuosa, appartata, nel silenzio. Essi magnificando la pratica del non nuocere, ahimsa, evitavano di danneggiare ogni essere vivente.

Naturalmente, nel tempo, questi due attitudini spirituali si assimilarono l’una all’altra. I muni diedero origine a quei movimenti che furono successivamente riorganizzati o codificati da Adi Shankara nei dieci ordini monastici ortodossi, Dashanami, movimento dei samnyasin, e da loro derivarono inoltre quelle discipline mistiche che diedero origine all’ascesi dello yoga. Essi preferivano la vita contemplativa al rituale sacrificale che era, invece, la prerogativa principale dei rishi.
Shankara stabilì quattro monasteri, matha, in corrispondenza dei quattro punti cardinali dell’India: Jyotir-matha vicino Badari, a nord;
Kalika-matha a Dvaraka, a ovest;
Govardhana-matha a Puri, a est;
Shringeri Sharadapitha a Shringeri, a sud.
Ogni gruppo di asceti si riconosce da particolari segni distintivi. Gli appartenenti ad alcuni degli ordini dashanami, in segno di rinuncia, si rasano barba e capelli il giorno di luna piena, mentre altri portano barbe e capelli lunghi. Essi si vestono di un colore che va dal giallo ocra allo zafferano e all’arancione; vi sono delle eccezioni alcuni vestono di bianco, altri di rosso a seconda della tradizione a cui appartengono. Il colore bianco, in genere, è anche usato nel periodo del noviziato, e il rosso da alcune correnti shakta.

Gli asceti shaiva indossano una collana-rosario (mala) di semi di rudraksha (elaeocarpus ganitrus), a volte portano un bastone, un vaso per l’acqua e una pelle di animale sulle spalle, sulla fronte portano il segno delle tre linee orizzontali, tripundra, distintivi di Shiva.

Gli asceti vaishnava indossano una collana-rosario di legno di tulasi (ocymum sanctum) e sulla fronte portano un segno verticale a forma di U, formato da due linee bianche che racchiudono un punto rosso e nero o un’altra linea rossa o bianca.
Nel corso dei secoli nacquero diversi ordini di asceti, alcuni monastici, altri no.